Quando scoppia una crisi in Medio Oriente, il riflesso dei mercati è quello di guardare il prezzo del petrolio e fermarsi lì. È comprensibile — ma è anche il modo più rapido per perdersi la metà della storia. Perché il vero impatto sui mercati emergenti viaggia su canali molto più sottili: la bilancia dei pagamenti, le curve dei tassi, le decisioni delle banche centrali sotto pressione. Proviamo a seguire il filo.

Prima di tutto: di cosa stiamo parlando

I mercati emergenti — EM nel gergo finanziario — sono un universo eterogeneo che va dall’India al Brasile, dalla Polonia alla Thailandia. Quello che li accomuna, in momenti come questo, è la vulnerabilità agli shock esterni: dipendono dalle esportazioni, hanno valute più fragili, e i loro mercati obbligazionari sono tra i primi a essere venduti quando gli investitori globali si spaventano e corrono verso il dollaro.

Il posizionamento su questi mercati rimane cauto. I venti contrari si moltiplicano: le tensioni geopolitiche interrompono l’accesso ai prodotti raffinati, i margini di raffinazione asiatici si comprimono e l’Europa — nonostante i tentativi di diversificazione energetica — resta strutturalmente vulnerabile. Il risultato più immediato potrebbe essere una pressione ribassista di breve termine sull’euro.


La sequenza degli eventi

La domanda chiave non è se ci sarà impatto, ma in quale ordine si manifesterà. Lo scenario più probabile si articola in tre fasi:


Asia: tre canali di trasmissione

L’impatto del conflitto mediorientale sull’Asia emergente si manifesta attraverso tre vettori distinti:


CEE: nel centro della tempesta

L’Europa centro-orientale si trova nell’occhio del ciclone per una ragione strutturale: la dipendenza energetica da idrocarburi è tra le più elevate al mondo. Non è una novità — è una vulnerabilità che si trascina dagli anni della cortina di ferro e che nessuno ha mai davvero risolto.

Un riferimento utile per capire la posta in gioco: la BCE stima che l’UE abbia perso oltre 2 punti percentuali di PIL cumulati a seguito dell’invasione dell’Ucraina e delle sue implicazioni energetiche. Un secondo shock di quella portata — su un’economia già indebolita — sarebbe un problema serio.


Il rischio che il mercato sottovaluta

Il conflitto si sta rivelando più persistente del previsto. Due elementi mantengono alta l’incertezza sulla durata:

La chiusura del gap di performance tra gli indici EM in valuta locale e in hard currency potrebbe essere in parte esagerata. Uno shock petrolifero persistente ha tuttavia il potenziale di generare pressioni inflazionistiche più appiccicose del previsto nei mercati emergenti — e questo è il rischio che il mercato non sta ancora prezzando appieno. Come spesso accade, il vero pericolo non è quello di cui tutti parlano.


Questo articolo è pubblicato a scopo puramente informativo e non costituisce consulenza finanziaria. Le analisi sono elaborate sulla base di fonti pubbliche disponibili.