Quando scoppia una crisi in Medio Oriente, il riflesso dei mercati è quello di guardare il prezzo del petrolio e fermarsi lì. È comprensibile — ma è anche il modo più rapido per perdersi la metà della storia. Perché il vero impatto sui mercati emergenti viaggia su canali molto più sottili: la bilancia dei pagamenti, le curve dei tassi, le decisioni delle banche centrali sotto pressione. Proviamo a seguire il filo.
Prima di tutto: di cosa stiamo parlando
I mercati emergenti — EM nel gergo finanziario — sono un universo eterogeneo che va dall’India al Brasile, dalla Polonia alla Thailandia. Quello che li accomuna, in momenti come questo, è la vulnerabilità agli shock esterni: dipendono dalle esportazioni, hanno valute più fragili, e i loro mercati obbligazionari sono tra i primi a essere venduti quando gli investitori globali si spaventano e corrono verso il dollaro.
Il posizionamento su questi mercati rimane cauto. I venti contrari si moltiplicano: le tensioni geopolitiche interrompono l’accesso ai prodotti raffinati, i margini di raffinazione asiatici si comprimono e l’Europa — nonostante i tentativi di diversificazione energetica — resta strutturalmente vulnerabile. Il risultato più immediato potrebbe essere una pressione ribassista di breve termine sull’euro.
La sequenza degli eventi
La domanda chiave non è se ci sarà impatto, ma in quale ordine si manifesterà. Lo scenario più probabile si articola in tre fasi:
- Risk trimming. Il mercato scarica le posizioni accumulate in sacche selettive di liquidità. A seconda dell’andamento dell’azionario americano, questo potrebbe colpire i rendimenti risk parity — obbligazioni giù, azioni giù — una combinazione particolarmente tossica per gli asset emergenti. In pratica: quando Wall Street starnutisce, gli EM prendono la polmonite.
- Steepening dei tassi a lunga. Una volta normalizzato il trimming, i tassi a lunga degli EM potrebbero subire ulteriori pressioni al rialzo per due ragioni: il ritorno del premio al rischio e la possibile riemersione di temi reflazionistici.
- Ricalibrazione della crescita. Tutto questo potrebbe avvenire in parallelo con una revisione al ribasso delle stime di crescita EM e DM.
Asia: tre canali di trasmissione
L’impatto del conflitto mediorientale sull’Asia emergente si manifesta attraverso tre vettori distinti:
- Energia. I margini di raffinazione asiatici stanno entrando in territorio 2022 post-COVID. Raffinerie in Asia e in alcune parti d’Europa stanno dichiarando force-majeure — il segnale è chiaro: le difficoltà di accesso ai prodotti raffinati stanno iniziando a rispondere alle tensioni geopolitiche.
- Commercio. India, Cina e Thailandia presentano un’elevata esposizione commerciale verso il Medio Oriente, con un rischio di shock alla bilancia dei pagamenti da analizzare separatamente dall’impatto inflazionistico. Non è solo una questione di prezzo del petrolio — è una questione di quanti soldi entrano ed escono dal paese.
- Banche centrali. Di fronte a uno shock alla crescita, potrebbero scegliere di non accelerare la stretta monetaria anche in presenza di pressioni inflazionistiche. Il rischio è che le curve decidano autonomamente di incorporare un premio all’inflazione sulle scadenze lunghe — con o senza il permesso delle banche centrali.
CEE: nel centro della tempesta
L’Europa centro-orientale si trova nell’occhio del ciclone per una ragione strutturale: la dipendenza energetica da idrocarburi è tra le più elevate al mondo. Non è una novità — è una vulnerabilità che si trascina dagli anni della cortina di ferro e che nessuno ha mai davvero risolto.
- Ungheria — dipendenza dalle importazioni energetiche nette al 63%. Il caso più critico e meno trasparente della regione. Budapest ha costruito la sua politica estera degli ultimi anni attorno a rapporti privilegiati con Mosca e con i paesi del Golfo — una scommessa che in questo momento appare quanto meno rischiosa.
- Polonia — 49%, beneficia di una produzione domestica di carbone significativa.
- Repubblica Ceca — 41%, ma si distingue per la quota di spesa energetica delle famiglie oltre il 6% del reddito disponibile, relativamente alta nel contesto regionale.
Un riferimento utile per capire la posta in gioco: la BCE stima che l’UE abbia perso oltre 2 punti percentuali di PIL cumulati a seguito dell’invasione dell’Ucraina e delle sue implicazioni energetiche. Un secondo shock di quella portata — su un’economia già indebolita — sarebbe un problema serio.
Il rischio che il mercato sottovaluta
Il conflitto si sta rivelando più persistente del previsto. Due elementi mantengono alta l’incertezza sulla durata:
- Gli attacchi di droni mostrano una resilienza sorprendente nonostante il rallentamento degli attacchi missilistici iraniani a lungo raggio. I droni costano poco, sono difficili da intercettare e possono andare avanti a lungo.
- La posizione dei paesi del Golfo rispetto a uno scenario prolungato rimane ambigua — non è chiaro quanto siano disposti ad accettare un conflitto che duri più di qualche settimana.
La chiusura del gap di performance tra gli indici EM in valuta locale e in hard currency potrebbe essere in parte esagerata. Uno shock petrolifero persistente ha tuttavia il potenziale di generare pressioni inflazionistiche più appiccicose del previsto nei mercati emergenti — e questo è il rischio che il mercato non sta ancora prezzando appieno. Come spesso accade, il vero pericolo non è quello di cui tutti parlano.
Questo articolo è pubblicato a scopo puramente informativo e non costituisce consulenza finanziaria. Le analisi sono elaborate sulla base di fonti pubbliche disponibili.