C’è una buona notizia e una cattiva notizia sull’economia globale in questo momento.

La buona: il mondo è già sopravvissuto alle conseguenze dell’invasione Russa in Ucraina, ai tassi più alti degli ultimi vent’anni e a un’ondata di dazi che sembrava uscita da un gioco di società. La cattiva è che il Medio Oriente ha deciso di aggiungere ulteriore pepe.

Benvenuti all’analisi di questa settimana. Allacciate le cinture — o almeno stringete il portafoglio.


Scenario 1: “Va tutto bene, tranquilli” (l’inguaribile ottimista)

Se le tensioni allo Stretto di Hormuz si rivelano una perturbazione passeggera — il classico temporale estivo della geopolitica — l’impatto su crescita e inflazione globale dovrebbe essere limitato.

Tradotto: i mercati si agitano, qualche titolo catastrofico in più, poi tutto torna come prima. Il petrolio sale, fa preoccupare per qualche settimana, poi scende. I banchieri centrali fanno finta di niente e continuano con i loro piani di taglio dei tassi. La vita va avanti.

Questo scenario è il preferito degli ottimisti cronici, di chi compra sempre i dip (i ribassi) e di chi ha ancora posizioni lunghe sull’azionario globale aperte da febbraio.


Scenario 2: “Houston, abbiamo un problema” (the nightmare before pasqua)

Se invece la chiusura dello Stretto si prolunga, entriamo in territorio decisamente più scomodo. Il petrolio sopra i 100 dollari al barile non sarebbe più un’ipotesi da war game, ma una costante con cui fare i conti ogni mattina al distributore.

Le conseguenze sarebbero concrete:

Gli importatori di petrolio — Europa in testa, Giappone, India — sentirebbero il colpo con più forza. Le economie che producono il greggio, invece, continuerebbero il loro business in un soffisfatto silenzio.


La Fed: Powell vuole vedere i prezzi dei beni scendere prima di muoversi

Nel frattempo, dall’altra parte dell’Atlantico, la Federal Reserve ha pubblicato le sue nuove proiezioni: PIL reale rivisto al rialzo, inflazione core pure, ma i famosi dots — quei puntini sul grafico che indicano dove i funzionatori Fed si aspettano i tassi — sono rimasti invariati.

Interpretazione: la funzione di reazione della Fed è tornata dovish (espansiva), almeno sulla carta.

Ma poi Powell si è presentato in conferenza stampa e ha fatto quello che sa fare meglio: smorzare l’entusiasmo. Ha chiarito che per tagliare i tassi serve vedere un rallentamento dell’inflazione sui beni core — non basta che il generale trend vada nella direzione giusta.

Le tariffe aeree saranno il termometro più sensibile: il carburante per aerei pesa, eccome. Il pass-through dovrebbe essere più contenuto rispetto al 2022, ma un po’ di pressione al rialzo sulle tariffe nei CPI e PCE dei prossimi mesi è praticamente garantita.

Con un Medio Oriente così in subbuglio e i prezzi dell’energia che ballano, la situazione potrebbe ribaltarsi presto.


La BCE: da “tutto sotto controllo” a “uhm, forse no”

L’Europa aveva un piano. Un piano ordinato, con i tassi in discesa e l’inflazione sotto controllo. Poi il Medio Oriente ha bussato alla porta.

Lo shock sui prezzi dell’energia rimette sul tavolo una vecchia percezione: la BCE, di fronte a shock esogeni sull’offerta, tende ad avere meno pazienza delle sue pari e a voler alzare i tassi anche quando l’origine del problema non è la domanda interna.

Le prime comunicazioni dal Consiglio Direttivo sembrano confermare questa tendenza.

Il Consiglio continuerà probabilmente a usare un tono aggressivo — la cosiddetta hawkish communication — per tenere a bada le aspettative di inflazione. Ma passare dalle parole ai fatti è tutta un’altra storia. L’asticella per un rialzo effettivo rimane molto alta, soprattutto finché la durata dello shock si prolunga.

Il vero punto di svolta non è arrivato dall’ultima riunione della BCE in sé. È arrivato dagli attacchi militari alle infrastrutture petrolifere nella regione. Se il Consiglio Direttivo si convince che lo shock è strutturale e non transitorio, la minaccia di incrementi dei tassi aggressivi potrebbe trasformarsi in azione concreta. Un rischio reale che vale la pena menzionare.


Cina: partenza solida, e adesso?

Mentre il resto del mondo guarda ansioso verso il Golfo Persico, la Cina ha pubblicato i dati del primo trimestre 2026: più forti delle attese, anche se con le solite asimmetrie interne che caratterizzano l’economia cinese da anni.

La novità vera è che il PIL nominale si appresta a una ripresa più robusta di quello reale — il che significa che la deflazione che ha angosciato Pechino negli ultimi anni sta finalmente cedendo. I prezzi alla produzione tornano in territorio positivo, e questo riduce l’urgenza di nuovi stimoli immediati.

Il risultato pratico: i policymaker cinesi possono permettersi di prendersi una pausa dagli stimoli d’emergenza e concentrarsi su priorità strutturali — riforma fiscale e lotta alla cosiddetta involution, quel meccanismo per cui le aziende si fanno concorrenza abbassando i prezzi, distruggendo margini e produttività.


Il quadro generale: il mondo regge, ma i margini si assottigliano

C’è una cosa che vale la pena ricordare, prima di farsi prendere dall’apocalittico: l’economia globale negli ultimi anni ha dimostrato una resilienza sorprendente.

Ha assorbito la guerra in Ucraina, il ciclo di rialzi dei tassi più aggressivo dagli anni ‘80, e una tornata di dazi commerciali che ha fatto tremare le catene di approvvigionamento globali. Ed è ancora qui, a crescere — lentamente, con qualche acciacco, ma a crescere.

Il rischio Medio Oriente è reale. Ma il panico è, come sempre, il peggior consigliere finanziario che esista. Meglio tenere d’occhio i due scenari, capire da quale lato si sta inclinando la bilancia, e agire di conseguenza. Che è esattamente quello che cerchiamo di fare qui.


Le analisi pubblicate su questo sito sono a scopo informativo e non costituiscono consulenza finanziaria.