C’è una telefonata che circola da qualche giorno. Donald Trump, al G7 di Évian, attacca Giorgia Meloni in modo diretto, accusa di averlo implorato per una foto, e che vuole tornare sua amica solo perché è in calo nei sondaggi. La risposta di Palazzo Chigi non tarda ad arrivare: “Quelle dichiarazioni sono totalmente inventate. Sono francamente allibita.”

Abbiamo già la nostra hit estiva dell’estate 2026, dove le relazioni internazionali si gestiscono sui Social e i vertici G7 finiscono in pagine di gossip politico.

Ma prima di ridere, o di allarmarsi troppo, facciamo un passo indietro. Molto indietro.


Ottant’anni di storia in dieci minuti

Il rapporto tra Italia e Stati Uniti è uno dei più longevi e contraddittori della politica internazionale del dopoguerra. Nasce dalle macerie della Seconda Guerra Mondiale con il Piano Marshall (1948). 1,5 miliardi di dollari in aiuti, più di quanto riceva qualsiasi altro Paese europeo in proporzione al PIL. Chiaramente, gli americani non lo fanno per generosità: vogliono un’Italia stabile, occidentale e soprattutto non comunista.

Funziona. O quasi.

Per decenni, Roma è una pedina chiave della strategia NATO. Basi americane come Aviano, Sigonella, Vicenza e Napoli, si aumentano nella penisola da nord a sud. L’Italia ospita testate nucleari nell’ambito del nuclear sharing. È un alleato affidabile, nonostante la governabilità del paese (63 governi in 70 anni: un record mondiale che difficilmente qualcuno ci togliera).

Poi arriva Sigonella.


Sigonella, 1985: quando l’Italia disse no all’America

È la notte tra il 10 e l’11 ottobre 1985. L’aereo egiziano che trasporta i dirottatori dell’Achille Lauro (incredibilmente una nave e non il cantante che pensate) — quattro terroristi palestinesi che hanno appena assassinato un turista americano disabile gettandolo in mare — viene intercettato dall’aviazione USA e forzato ad atterrare a Sigonella, in Sicilia. Come se fosse territorio Americano.

A quel punto succede qualcosa di unico: Bettino Craxi, l’allora primo ministro, ordina ai Carabinieri italiani di circondare l’aereo appena atterrato. Le forze speciali americane (i Delta Force) circondano a loro volta i Carabinieri. Per qualche ora, due alleati NATO stanno quasi per spararsi.

Washington è furiosa. Reagan e Craxi si parlano duramente al telefono.

Il messaggio che Sigonella manda al mondo è chiaro: l’Italia non è una colonia americana. Ha sovranità. La difende. Anche a costo di una crisi diplomatica.

Non sarà l’unica volta che Roma dice no a Washington. Nel 2003, la maggioranza degli italiani — e una parte significativa della politica — si oppone alla guerra in Iraq. L’immagine del “vecchio continente” contrapposto alla dottrina Bush divide l’Europa e mette l’Italia in una posizione scomoda tra l’atlantismo di facciata e il pacifismo di piazza.

Quando si dice che la storia si ripete: alleanza strutturale, dipendenza militare, occasionali scatti d’orgoglio sovrano. Insomma, spesso un matrimonio tenuto insieme dagli interessi, non sempre dall’amore.


La “special relationship” che non era speciale

Quando Giorgia Meloni vince le elezioni nell’ottobre 2022, a Washington qualcuno trattiene il respiro. Una premier di destra radicale, con un passato nel MSI, alleata con Orbán, critica dell’euro. Come si comporterà?

La risposta è sorprendente, almeno all’inizio.

Meloni si rivela atlantista convinta, sostenitrice dell’Ucraina, rispettosa dei vincoli NATO. Quando Trump torna alla Casa Bianca nel gennaio 2025, è l’unica leader UE a Capitol Hill per l’insediamento. Un segnale fortissimo, letto come la costruzione di un canale privilegiato con la nuova amministrazione.

A Davos, Trump lascia intendere che il rapporto personale con la premier potrebbe valere un’esenzione dai dazi, parlando di lei con evidente simpatia. A Washington, i due si incontrano e parlano di commercio, gas, difesa. Al G7 in Canada si siedono su una panchina da soli, senza staff, a parlare a lungo..


Il gioco dei dazi: quando la geopolitica diventa tariffaria

Nel frattempo, il vero problema non è la chimica personale tra i due leader. È la struttura economica del rapporto.

Nel 2025, le esportazioni italiane verso gli Stati Uniti hanno sfiorato i 70 miliardi di euro, con un avanzo commerciale record superiore ai 34 miliardi. Un numero enorme. I settori trainanti non sono solo quelli romantici del Made in Italy — moda e vino — ma soprattutto la farmaceutica (quasi 14 miliardi) e i macchinari industriali (circa 11 miliardi).

Dall’altra parte, l’Italia importa dagli USA soprattutto gas naturale liquefatto. Dopo le sanzioni alla Russia, il GNL americano è diventato progressivamente essenziale per la sicurezza energetica italiana: tra 2024 e 2025 la quantità approdata nei rigassificatori italiani è quasi raddoppiata.

È una dipendenza reciproca asimmetrica: l’Italia vende manufatti sofisticati, compra energia. Gli USA vendono commodities strategiche, comprano prodotti ad alto valore aggiunto. Una dipendenza che dovrebbe rendere entrambi cauti nel fare mosse aggressive.

Dovrebbe appunto.

A febbraio 2026, Trump impone dazi al 15% sulle importazioni europee usando la Section 122 del Trade Act del 1974, una norma mai utilizzata prima. L’UE replica chiedendo rispetto degli accordi precedenti. Meloni, in una posizione impossibile tra l’amico americano e i vincoli europei, sceglie il silenzio.


Évian, giugno 2026: il disgelo che non c’è stato

Al G7 di Évian-les-Bains, a metà giugno 2026, sembrava che il ghiaccio si stesse sciogliendo. Il vertice segna un importante momento di chiarimento tra i due leader, dopo mesi di tensione. Le foto li ritraggono vicini. Si parla di disgelo. Meloni torna a Roma con un accordo sulla missione a Hormuz — almeno 500 militari italiani nell’area, sotto lo scudo radar della US Navy.

Poi, tre giorni dopo Évian, arriva la telefonata. E tutto crolla.

Trump su Truth scrive che Meloni “ha chiesto, ripetutamente, di fare una foto con me durante il vertice”. Dice che “sta andando male in termini di popolarità”. E aggiunge che non ha “permesso di utilizzare le piste o le basi aeree italiane, creando un grande problema logistico”.

Quest’ultimo punto è tecnico ma esplosivo: l’Italia ha negato l’uso delle basi nella crisi con l’Iran. Un altro Sigonella, in miniatura. E Trump, esattamente come Reagan quarant’anni prima, non l’ha presa bene.


Economia comportamentale: cosa sta succedendo davvero

Abbandoniamo momentaneamente la narrativa giornalistica e guardiamo il tutto con dal punto di vista dell’economia comportamentale. Perché alcune cose non tornano.

Il bias della reciprocità. Daniel Kahneman ha mostrato come le relazioni interpersonali tra leader influenzino le decisioni di policy in modo sproporzionato rispetto agli interessi in gioco. Trump e Meloni hanno costruito un rapporto basato su reciproca validazione identitaria — due “outsider” contro l’establishment. Se questa narrativa si rompe, la reazione emotiva è personalizzata: una crisi di identità.

L’effetto ancoraggio nei negoziati commerciali. I dazi al 15% fissati dall’accordo agosto 2025 diventano l’ancora cognitiva per tutti i negoziati successivi. Ogni mossa di Trump — alzarli, abbassarli, minacciarli — viene percepita in relazione a quell’ancora. È una strategia deliberata: chi fissa il numero di partenza controlla il frame dell’intera trattativa.

Il signaling nei rapporti diplomatici. Ogni dichiarazione pubblica di Trump su Meloni non è una comunicazione verso di lei — è una comunicazione verso terzi. L’opinione pubblica, i mercati e gli altri leader europei. Quando Trump scrive su Truth “Giorgia vuole tornare mia amica perché è in calo”, non sta parlando a Meloni: sta costruendo una narrativa di forza e dominanza.

Meloni risponde simmetricamente: “Io e l’Italia non imploriamo mai nessuno.” Non è una risposta diplomatica — è un messaggio per l’opinione pubblica italiana, con anche un tono personale se vogliamo.

Due monologhi che si ignorano, su palcoscenici diversi, di fronte a platee diverse.

La loss aversion applicata alla politica estera. Proviamo a leggere l’attuale confronto in chiave politica interna per entrambi i leader: Trump al momento sembra essere in calo nei sondaggi. La perdita di consenso interno attiva la loss aversion — la tendenza a reagire alle perdite più intensamente che ai guadagni equivalenti. Ci si comporta in modo più aggressivo di quanto l’interesse oggettivo richiederebbe, perché si cerca di recuperare terreno, non di massimizzare guadagni.


La strategia comunicativa: due stili a confronto

Trump e Meloni hanno stili negoziali e comunicativi radicalmente diversi — eppure complementari, almeno finché la musica dura.

Trump usa la comunicazione come arma asimmetrica. Le sue dichiarazioni sono deliberatamente imprevedibili, spesso smentite, progettate per massimizzare l’attenzione mediatica e mantenere l’interlocutore in uno stato di incertezza. Se l’altro non sa mai cosa farai, non può prepararsi. In economia comportamentale si chiama strategic ambiguity — e funziona, finché non si trasforma in rumore ingestibile.

Meloni deve tenere insieme tre audience contemporaneamente: l’elettorato sovranista italiano, i partner europei, e l’alleanza atlantica . Il risultato è una comunicazione spesso eterogenea per necessità, non per scelta. La premier rivendica di poter parlare con franchezza a Trump anche quando non è d’accordo: “Ci capiamo bene anche quando non siamo d’accordo.” È una narrativa efficace in tempi normali. In tempi di crisi, diventa difficile da sostenere.

La differenza fondamentale: Trump può permettersi di bruciare i ponti perché il potere americano li ricostruisce da solo. L’Italia, no.


Il futuro: cosa rimane in piedi

Se vogliamo vederla con ottimismo, nonostante la turbolenza comunicativa, la struttura di fondo del rapporto rimane solida.

La NATO. Le basi americane in Italia non si spostano. Il nuclear sharing non si tocca. Il contributo militare italiano alle missioni NATO è troppo prezioso per essere messo in discussione da una lite personale.

Il commercio. Settanta miliardi di export italiano verso gli USA nel 2025 non evaporano per una crisi politica. Le filiere produttive — farmaceutica, macchinari, agroalimentare di qualità — sono integrate in modo profondo per essere disarticolate rapidamente. Ma il danno reputazionale e di fiducia esiste, e si misura in deal non firmati, contratti rinviati, collaborazioni scientifiche sospese.

L’energia. La dipendenza italiana dal GNL americano crea un legame asimmetrico che Washington può usare come leva in qualsiasi momento. Farlo sarebbe controproducente lato americano, ma la consapevolezza di questa asimmetria condiziona tutti i negoziati.

La diplomazia d’impresa. I settori più promettenti per la collaborazione futura rimangono AI, biotecnologie, 6G, spazio e minerali critici — dossier che richiedono cooperazione tra governi, università e imprese private. Le aziende italiane che operano negli USA, da Leonardo a Prysmian, da Ferrero a Luxottica, ascoltano con attenzione.


La lezione che non impariamo mai

L’Italia è un Paese medio-grande, ha interessi propri in Mediterraneo, in Africa, in Medio Oriente, che non sempre coincidono con quelli americani. Ha un’opinione pubblica culturalmente americanizzata e una classe politica che oscilla frequentemente.

Gli americani, dal canto loro, non capiscono mai del tutto l’Italia. La trattano come un alleato affidabile finché non fa la cosa sbagliata. La diplomazia USA verso Roma è sempre stata un misto di paternalismo e genuina stima — come si guarda un amico brillante ma inaffidabile.

Ottant’anni di alleanza che ha tenuto. Non perché i due Paesi si amino alla follia. Ma perché gli interessi strutturali sono stati abbastanza solidi da sopravvivere.

La prossima prova sarà il vertice NATO ad Ankara, a luglio.

Nel dubbio, diversificate.


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